Non tutte le formazioni sono uguali: tutoraggio, mentoring, job shadowing e gli altri

Lisa Lanzarini

di Lisa Lanzarini

Definizioni che ci aiutano a fare chiarezza

C'è formazione e formazioni: stili, modalità, approcci differenti. Speso si utilizzano termini da anni in modo ambiguo, opaco, utilizzando in sostanza come sinonimi parole concettualmente differenti. In questo articolo facciamo quindi chiarezza su alcuni termini molto popolari, diffusi ora in particolare perché listati tra le possibilità previste dai Laboratori formativi sul campo del bando DM 219 - Snodi formativi per le competenze sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale a scuola.

Cerchiamo di definirli in modo univoco.

 

Perché la metodologia conta (talvolta più del contenuto)

Un webinar di 2 ore conta come formazione. Un percorso di affiancamento in aula per tre mesi conta come formazione. Una giornata di osservazione presso un'altra scuola conta come formazione. Ma chiunque abbia mai progettato (o vissuto) percorsi formativi seri — per docenti, per adulti, per professionisti in contesti reali — sa che queste esperienze non sono la stessa cosa. Hanno obiettivi diversi, meccanismi diversi, risultati diversi.

In particolare in contesto-scuola, con l'arrivo del DM 219/2025 "Snodi Formativi AI", le scuole italiane si trovano davanti a un'opportunità concreta di investire nella formazione dei propri docenti sulle competenze digitali e sull'intelligenza artificiale. Ma anche davanti a una responsabilità: quella di scegliere non solo cosa insegnare, ma come farlo davvero. Scegliere il come spesso può fare la differenza tra una formazione efficace e destinata a lasciare il segno nel tempo e un'attività mesa in piedi per "far fuori gli obblighi orari" entro i termini. Insomma: tra un investimento reale e una scappatoia.

Prima di entrare nel merito delle singole metodologie, vale la pena fermarsi su un punto che spesso viene dato per scontato.

La ricerca pedagogica — da Vygotskij a Schön, passando per Bandura — ci dice una cosa molto chiara: le competenze professionali degli insegnanti non si sviluppano tanto attraverso la trasmissione di contenuti, quanto attraverso la pratica riflessiva, il confronto con l'esperto, l'osservazione in contesto reale, la sperimentazione guidata.

In altre parole: un docente non impara davvero a usare l'AI in didattica guardando una presentazione PowerPoint. Lo impara provando, sbagliando, riflettendo, ricevendo un feedback contestualizzato. Lo impara vedendo qualcun altro farlo bene. Lo impara avendo accanto qualcuno che lo sostiene — e poi si fa da parte.

Questo è il cuore del discorso sulle metodologie. Non è una questione accademica: è una questione pratica, che incide direttamente sull'efficacia della spesa formativa delle scuole.

Le sei metodologie del DM 219: cosa sono e come funzionano

1. Tutoraggio — la guida che si ritira

Il tutoraggio è una relazione educativa strutturata in cui un soggetto più esperto accompagna il percorso di apprendimento di un altro, agendo sulla sua zona di sviluppo prossimale. Il punto chiave, spesso trascurato, è la progressività: il supporto è massimo all'inizio e si riduce man mano che il discente acquisisce autonomia. Questo processo ha un nome tecnico — scaffolding — e una logica precisa: non si tratta di fare le cose al posto dell'altro, ma di sostenere senza sostituire (il vecchio adagio sulla differenza tra il dare a un uomo un pesce o insegnargli a pescare, per semplificare).

Come funziona con il DM 219. Immaginate un docente che inizia a usare il robot NAO nelle sue lezioni di scienze. Le prime settimane è disorientato: la tecnologia è nuova, gli studenti reagiscono in modo imprevedibile, il curricolo fatica a integrarsi. Scegliendo invece di investire in una formazione che preveda del tutoraggio il docente non sarà lasciato in classe "da solo" ma un tutor esperto (idealmente un formatore che abbia prima messo in piedi un percorso formativo strutturato con il docente e un piccolo gruppo di altri colleghi) potrà seguirlo e affiancarlo nell'introduzione di questa novità: il tutor osserva le lezioni, rivede insieme al docente cosa ha funzionato e cosa no, propone aggiustamenti. Settimana dopo settimana, interviene sempre meno — fino a che il docente è autonomo.

2. Mentoring — lo sviluppo della persona, non del compito

Il mentoring è spesso confuso con il tutoraggio, ma ha una natura profondamente diversa. Non è orientato al compito — non serve a "imparare a fare X" — ma allo sviluppo identitario e professionale del docente. Il mentor non corregge: trasmette visione, valori, capitale esperienziale. Agisce sulla persona, non sulla performance.

Questo lo rende particolarmente prezioso nei momenti di transizione professionale: quando un docente vuole diventare il punto di riferimento digitale del suo istituto, quando vuole costruire un ruolo nuovo all'interno della scuola, quando cerca una direzione in un panorama tecnologico che cambia troppo in fretta.

Come funziona con il DM 219. Un formatore senior accompagna in una serie di attività e lezioni un docente "pioniere" — quello che già sperimenta, che si fa domande, che trascina i colleghi. Non gli insegna come si usa un tool AI: lo aiuta a costruire una visione didattica personale, a posizionarsi all'interno dell'istituto, a diventare il riferimento interno per la dirigenza e per i colleghi meno esperti. Un investimento sulla persona che produce effetti moltiplicativi sull'intero istituto.

3. Coaching — la risposta è già lì

Il coaching ribalta la logica della formazione tradizionale. Il coach non è un esperto che trasmette conoscenze: è un facilitatore che aiuta il docente ad attivare le proprie risorse interne. Lo strumento principale non è la spiegazione, ma la domanda. L'obiettivo non è trasferire competenze, ma sviluppare consapevolezza e autonomia decisionale.

In ambito educativo, il coaching è particolarmente efficace quando il docente ha già una base di conoscenze ma fatica a tradurle in pratica (ad esempio dopo aver seguito un percorso formativo articolato), o quando si trova di fronte a una scelta didattica complessa che richiede riflessione più che istruzione.

Come funziona con il DM 219. Facciamo un esempio concreto per capire: in una sessione di lavoro con Microsoft Copilot, il formatore non spiega al docente coinvolto nel Laboratorio come funziona lo strumento. Fa domande: "Quali sono i tuoi studenti che faticano di più? Cosa succederebbe se potessi personalizzare ogni compito in pochi minuti? Prova a esplorare questa funzione — cosa noti?" Il docente arriva da solo alla soluzione. E quella soluzione, costruita in prima persona, ha molte più probabilità di essere applicata davvero in classe.

4. Supervisione — lo specchio sulla pratica

La supervisione è un processo riflessivo e metacognitivo: il formatore esperto osserva e analizza la pratica professionale del docente, favorendo la consapevolezza critica del proprio agire educativo. Non è una valutazione — non ci sono giudizi — ma una lettura condivisa di ciò che è accaduto in aula, finalizzata al miglioramento continuo.

È la metodologia più vicina alla ricerca-azione: si parte da ciò che è già avvenuto per costruire conoscenza professionale applicabile al futuro.

Come funziona con il DM 219. Anche qui, per capire, facciamo un esempio: dopo una lezione condotta con il kit LEGO Education Informatica & IA, il formatore  si siede con il docente e ripercorre insieme l'ora di lezione. Non per correggerlo, ma per aiutarlo a vedere: il momento in cui gli studenti si sono distratti, l'attività che ha funzionato meglio del previsto, la domanda di un alunno che avrebbe meritato più spazio. Da quella conversazione emerge una riprogettazione consapevole — e un docente che impara ad osservare se stesso. In modo sistematico, continuando anche dopo che il formatore ha lasciato la scuola.

5. Job shadowing — imparare guardando

Il job shadowing è una metodologia di apprendimento esperienziale in cui il docente osserva ciò che accade in situazione reale, in cui il protagonista è un professionista esperto, senza intervenire. L'obiettivo è acquisire le cosiddette competenze tacite: quelle che non si possono spiegare a parole perché vivono nel gesto, nella scelta istintiva, nella gestione dell'imprevisto. Competenze che si trasmettono solo per osservazione diretta.

Come funziona con il DM 219. Un docente di scuola secondaria trascorre mezza giornata a osservare un formatore che conduce un'attività con Simbi Experience e i visori VR in un altro istituto. Non fa nulla: guarda. Osserva come il formatore introduce l'attività, come gestisce i momenti di disorientamento degli studenti, come riconduce l'esperienza immersiva a obiettivi didattici concreti. Torna a scuola con qualcosa che nessun manuale potrebbe dargli: la visione di come si fa quell'attività innovativa.

6. Affiancamento — la pratica reale

L'affiancamento è una modalità formativa on-the-job: il docente lavora in contesto reale — la sua classe, i suoi studenti, il suo orario — mentre un esperto è presente e disponibile a intervenire. Il feedback è immediato e contestualizzato. Non si simula: si fa davvero.

È la metodologia più vicina all'apprendistato professionale, e per questo è particolarmente efficace per l'integrazione di tecnologie nuove - come gli strumenti di AI - che richiedono adattamento al contesto specifico.

Come funziona con il DM 219. Il formatore entra in classe mentre il docente conduce per la prima volta un'attività di programmazione con Alvik. Non prende il controllo: osserva. Interviene solo nei momenti in cui il docente si blocca davvero — un errore del robot che non sa interpretare, uno studente che si perde, una domanda senza risposta immediata. Il resto lo gestisce il docente. Alla fine della lezione, cinque minuti di debriefing. E la prossima volta, il formatore sarà meno necessario.

Cosa cambia per le scuole che scelgono il DM 219

Il DM 219 non finanzia solo contenuti formativi: finanzia percorsi. E la differenza tra un percorso ben progettato e uno mal progettato non si misura solo nella soddisfazione dei partecipanti — si misura nell'effettiva trasformazione delle pratiche didattiche.

Scegliere la metodologia giusta significa fare domande giuste in fase di progettazione: Cosa deve cambiare, esattamente, nel modo in cui questo docente insegna? In quanto tempo? Con quali strumenti a disposizione? Qual è il suo punto di partenza? Qual è quello di arrivo?

Noi di CampuStore - attraverso la collaborazione con Simbi - accompagniamo le scuole in questa progettazione — con strumenti reali (NAO, Alvik, Booster, Dobot, Photon, LEGO Education, Eduxia, CampusAI, Gemini, Copilot, Simbi Experience) e con formatori che conoscono le aule, non solo le tecnologie. Perché formare i docenti sull'AI non è una questione di tool. È una questione di metodo.

 

 

Vuoi capire quale percorso formativo è più adatto alla tua scuola? Progettiamolo insieme: [email protected] | 800 244 994

 

 

Lisa Lanzarini L' autore

È la “mamma” e la responsabile di IFE Academy, ideatrice della filosofia di fondo, degli approcci e dello stile di tutto ciò che è contenuto in Campustore. La Academy di CampuStore da lei prende la morbidezza, la voglia di non stare dentro un percorso lineare e prestabilito, di evolvere, cambiare e lasciarsi contaminare da tante influenze diverse: maturità scientifica, laurea umanistica e un master in economia la rendono un crogiolo confuso, caotico e rocambolesco alla ricerca di nuove strade e nuove idee per imparare. Appassionata di LEGO, robotica educativa, letteratura, cucina etnica, è la voce e il volto di tutti i webinar (e di molti video) di Campustore. LEGO Education Academy Teacher trainer, ama parlare di progetti, bandi, finanziamenti, robotica educativa, creatività, tinkering, STEAM e STEM.

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